Novità, idee e dinamiche legate alle professioni del Terzo Settore. In particolare sul Fundraising, la Comunicazione e il Marketing Sociale. Di Elena Zanella
Intendiamoci: l’ipocrita, in questo caso, è chi adotta questi metodi per proporre il proprio prodotto e non certo chi lo fa per guadagnare qualche soldo. All’ipocrisia si aggiunga il falso buonismo e la frittata è fatta.
Nel post Chi guadagna a provvigioni è un fundraiser. O no… (?) dello scorso settembre, parlavo del ruolo del dialogatore, soffermandomi in particolar modo sul se sia o meno giusto considerarli dei fundraiser. I commenti raccolti hanno spostato l’attenzione da questo aspetto, non comunque secondario per la professione, a quello più complesso e sfacciato del rapporto di lavoro che lega il giovane all’organizzazione o all’agenzia interinale facente funzione della ONP del momento.
Vi invito a leggere i commenti. Quello di Riccardo, ex dialogatore, che “ha scoperto un mondo che avrebbe preferito non vedere” e che si interroga in modo deciso sull’eticità che sottende alcune organizzazioni e che rischia di far barcollare tutto il settore incrinando in modo definitivo la fiducia del donatore. Quello di Valentina, di Riccardo, del pensiero di Roberta ed Eleonora.
Ma la storia si ripete e non in un blog di settore ma su un media generalista. Questa volta a segnalarlo è Repubblica.it. E’ del 19 dicembre l’articolo dal titolo tanto esaustivo quanto allarmante di Le mie tre giornate da precario a vendere beneficenza in strada. Lo trovate al link e ve lo allego qui in pdf. Giusto per non farsi mancare nulla…
Poche parole bastano per capire il senso del contenuto:
Regola numero uno, sorridi. Sempre. Regola numero due, quando individui la “preda” piazzati davanti a lei. Non potrà scappare. Regola numero tre, ricorda: chi firmerà la sottoscrizione non lo farà per il contenuto di quello che gli proponi, ma per te, perché risulterai simpatico, carino e affidabile. Il primo giorno di lavoro come “dialogatore onlus” super precario è scandito da istruzioni precise, l’abc del venditore aggressivo. (…)
Ma quanto ci vorrà perché il donatore, o possibile tale, finisca con il criticare apertamente i nostri volontari nelle piazze? Alcuni hanno già cominciato con il cambiare marciapiede… E il passo da dialogatore all’essere definiti chuggers (borbottanti), come già peraltro avviene (BBC) nonostante la Public Fundraising Regulatory Association (PFRA), è davvero breve.
E’ ora di dire basta. In gioco c’è la credibilità del Terzo Setto. La nostra credibilità. Non vi pare?
Sono d’accordissimo, anche se da poco mi sono affacciato alla professione ho fin da subito percepito scarsa credibilità nel settore.
Ormai si vedono (pseudo) volontari ovunque che con una fintissima serenità stampata in volto che portano avanti battaglie con sempre più aggressive per raccogliere fino al’ultimo euro dalle persone che fermano e questo sicuramente lede all’immagine delle associazioni e del settore intero.
Purtroppo se le associacioni persistono nel seguire questa tipologia di “affare”, è possibile solo peggiorare la situazione
Cara Elena, grazie per lo spunto di riflessione.
Anch’io sono completamente d’accordo: in gioco c’è la credibilità dell’intero settore e già nel post di settembre ho avuto modo di esprimere le mie perplessità sul ruolo del dialogatore.
Dopo aver letto l’articolo di Repubblica.it (tra l’altro segnalato a suo tempo da un mio collega sempre molto critico nei confronti delle attività di raccolta fondi….) il mio timore è aumentato perchè non si tratta di una discussione/riflessione tra professionisti del settore, ma di una “denuncia” che un media generalista ha posto all’attenzione di tutti.
I donatori, o potenziali tali, si stanno già interrogando sul ruolo del dialogatore e le risposte che emergono non sono certo positive.
Credo che mai come in questo momento di profonda crisi economica e sociale, questa figura sia assolutamente fuori luogo, soprattutto quando si spinge a “chiedere soldi per la causa” suonando alle porte dei condomini (tantissime segnalazioni di amici e conoscenti su questa modalità ancora più invasiva!).
E’ arrivato davvero il momento di dire basta….
I toni si scaldano sempre quando l’opportunismo sostituisce i valori solidali del Terzo Settore. E ben venga. Credo che parlarne faccia bene perché permette di dare strumenti a chi vuole appronfondire il problema o, semplicemente, informarsi.
Il guaio è che le persone hanno già molto di cui preoccuparsi e questo è sicuramente un aspetto del tutto secondario. Quindi, non aspettiamoci che si mettano a discriminare. Fanno, a ragion veduta, di tutta l’erba un fascio. Sta a noi operatori del settore fare luce e mettere un freno a queste pratiche, a tutela sia della nostra professione sia della resposabilità sociale verso il lavoratore. Ma qui si apre un universo di questioni annose che meritano discussioni a parte.
Quello del F2F è un discorso complesso e articolato,come tutto quello che riguarda il delicato tema della raccolta fondi in generale.
Personalmente mi occupo da anni di servizi di telemarketing sociale – campo limitrofo al F2F – cercando di tenere a bada “l’aggressività commerciale” anche quando è la stessa organizzazione a richiederla, questo sia per etica personale che per la credibilità dell’organizzazione stessa. Ho le prove che questo approccio funziona, ma spesso alle organizzazioni sembra secondario rispetto al prezzo per contatto utile. Non ostante tutto io credo che se lavoriamo per un mondo migliore allora non dobbiamo forzare i prospect/donatori, piuttosto persuaderli con la bontà degli argomenti e il riscontro sul campo. Però – e questo è vero soprattutto per le organizzazioni più grandi – il management impone un certo ritmo di crescita (come nelle aziende profit, ironia della sorte) e questo non è possibile senza fare ricorso ai professionisti (del telefono come del F2F), i quali hanno i loro obiettivi economici personali/aziendali e nella quasi totalità dei casi li mettono davanti alla mission del loro cliente, ecco perché poi i prospect “cambiano marciapiede” (anche io lo faccio, btw). Aggiungo che anche nel tmk sono le organizzazioni stesse che chiedono al fornitore di lavorare a percentuale e/o a prezzi stracciati, con i conseguenti problemi di comportamento e di sfruttamento. Alla fine, secondo me, ci vuole per tutti una bella iniezione di etica, profit e non, e un po’ meno ambizione sfrenata da parte del management delle organizzazioni (spesso la mission sembra solo una copertura delle ambizioni personali, mi duole constatare). Spero di non essere stata noiosa, un saluto
QUOTO! “”Alla fine, secondo me, ci vuole per tutti una bella iniezione di etica, profit e non, e un po’ meno ambizione sfrenata da parte del management delle organizzazioni”"
Ciao Elena! Avevo letto il post su Repubblica.it e, in effetti, c’è di che amareggiarsi. E’ vero che di questi tempi la diffidenza dilaga, ma adottare strategie comunicative poco responsabili non aiuta di certo! Ho iniziato ad interessarmi di fund-raising all’università (tanto da farlo diventare argomento della mia tesi) e mi è sempre piaciuto analizzare gli strumenti e i possibili utilizzi alternativi. Devo dire che la figura del dialogatore e il cosiddetto “telemarketing” non mi hanno mai fatto simpatia, perchè nella maggior parte dei casi sono percepite come “tecniche aggressive” (ancora di più se il personale non è ben formato o motivato). Personalmente preferisco ricevere una mail o una lettera tradizionale personalizzata, che possono essere apprezzate con calma, quando si è più tranquilli e predisposti ad analizzare le informazioni. Spesso i passanti non si fermano ai banchetti allestiti dalle associazioni non perchè siano insensibili o abbiano timore, ma semplicemente perchè hanno ben altro per la testa in quel momento (e per questo ritengo il dialogatore per strada un approccio sbagliato). Meglio allora creare dei mini-eventi (anche in piazza), per parlare al pubblico dell’associazione, della mission, del progetto specifico. La dimensione “gruppo” aiuta a sentirsi più protetti, un open-space coinvolge, ma dona al tempo stesso un senso di libertà senza “costrizioni”. Poi, in un secondo momento, si possono ricontattare i partecipanti per avere un feed-back e approfondire il discorso. Semplici opinioni, ovviamente, e non mi dilungo oltre…ma volevo partecipare alla discussione
@chicasablan
In modo laconico non posso che dire GIA’.
Su linkedin, per chi fosse iscritto, si è aperto un altro fronte. Per chi può, invito a visitarlo a questo link: http://www.linkedin.com/e/urcs8-gx28mlfe-67/vaq/87624441/4032978/63503490/view_disc/?hs=false&tok=0q_M2bjQ_laB41
E’ mia intenzione però dare voce anche qui a quanto sta emergendo. Per cultura e consapevolezza di tutti. Il tema è caldo e il fronte è comune. Non può fare che bene parlarne ancora un po’.
In più, vi invito a leggere anche la posizione del professor Coen Cagli qui: http://www.blogfundraising.it/donazioni-da-individui/vu-cumpra-unadozione-a-distanza/#comments
Ritengo utile confrontarsi su un tema delicato come il face to face riflettendo su dati e conoscenza dell’attività. Lavoro in questo ambito da oltre 4 anni e ho fatto campagne per molte onp. Ho iniziato da dialogatore fino a fare il trainer sul f2f. E’ essenziale per noi che operiamo nel terzo settore-non profit avere un approccio positivo che ci porta alla disamina per apportare un confronto che costruisce concretamente azioni o comunque muovenendoci in questa direzione per una visione più completa dello stato e grado della realtà. Diventa difficile un serio confronto soltanto sul web.
Ho lavorato anche per World Vision, organizzazione e persone che stimo per l’apporto che danno nel migliore un pezzo di mondo e le condizioni di vita reali dei bambini come altre onp.
Conosciamo le condizioni di precarietà (legali) che sono presenti in tutti gli ambiti lavorativi…..
Ritengo il f2f molto qualificante: insegna a interagire meglio con la gente in tutti i contesti (differenti), diffonde i progetti e da visibilità, condivide valori e da nuovi sostenitori.
Quando si fa raccolta fondi si presenta l’organizzazione, la mission, vision insieme alle attività realizzate in relazione agli strumenti, modi, metodi e possibilità del momento.
Il Dialogo Diretto da l’opportunità a tutti i cittadini di approfondire una causa o comunque approcciarsi ad una organizzazione e per chi lo desidera diventarne sostenitore regolare.
L’approccio è del dialogatore che ti contatta nell’approcciarsi in quel momento con uno stile simpatico che tende alla rottura di ghiaccio e ad avere attenzione. Aggressività e piagnisteo non portano nessun frutto e lo si vede sul campo. Il dialogo e lo strumento che permette alle persone di essere più consapevoli (si auspica) della realtà in cui opera l’organizzazione e dare l’opportunità (per chi vuole) di partecipare a sostenere la causa.
Visto che si e già si parlato degli svantaggi vediamo i molteplici vantaggi:
1. il face to face funziona in termini di raccolta fondi rispetto a tutte le altre modalità che sono più costose e hanno bassi rendimenti;
2. coinvolge in maniera trasversale tutti cittadini e sensibilizza alla partecipazione attraverso l’incontro e il dialogo
3. Si acquisisce un nuovo sostenitore
4. Donazioni automatiche con durata a lungo termine fino a revoca
5. Il valore della donazione è più alto rispetto alla media
6. La continuità della donazione fino alla revoca permette di ridurre i costi di gestione e permette di pianificare al meglio le risorse da destinare ai progetti.
Come in tutti gli ambiti lavorativi ognuno si riferisce alla propria esperienza. Le persone che decidono di fare questa attività in modo professionale sono motivate e decidono di lavorare al servizio di una giusta causa. Altrimenti solo per la retribuzione ci sono altri lavori meno impegnativi….
L’articolo che il giornalista de La Repubblica – Milano e molto parziale……..
C’è l’altro l’altro articolo che parla della figura del dialogatore che fa la differenza ed e centrale per l’attività di fr
http://archiviostorico.corriere.it/2007/maggio/01/dialogatore_differenza_co_7_070501104.shtml
:
Le onp puntano a crescere e a rafforzare la propria incisività.
L’ambito pubblicitario-commerciale e pieno di messaggi consumistici a differenza delle campagne di advocacy e campaigning che hanno meno spazio.
E’ essenziale porre dei punti fermi inerenti a:
Una maggiore attenzione di tutti gli operatori verso la conoscenza del settore e onp (causa dell’organizzazione, problemi sociali che affronta e progetti che realizza in pratica formazione continua);
Giusta retribuzione e regolarizzazione dei contratti (non solo lettere d’incarico o contratti di prestazione occasionale…)
busta paga.
Certamente tutte le parti coinvolte nel codice etico devono confrontarsi su elementi che si manifestano e analizzare contesti, situazioni e condizioni che si presentano man mano.
Un saluto a tutte/i,
Francesco Fortinguerra
Grazie Francesco, ho letto con attenzione parola per parola, sia la tua risposta che l’articolo del Corriere. La tecnica del F2F è fuori di dubbio che funzioni. Non metto di certo quest’aspetto in discussione. E’ un certo tipo di approccio alla pratica che mi lascia alquanto perplessa. Ma questa perplessità si rileva anche dai commenti delle persone e dei colleghi intervenuti. Rispetto ai vantaggi, non sono poi così sicura che sia un metodo ‘economico’. Anzi. Il rapporto 121 è naturalmente il più efficace ma ha anche la caratteristica di essere il più caro. E’ certo un investimento che torna ed è, quindi, efficiente.
Ma su un paio di aspetti dissento in modo deciso: un approccio prettamente commerciale che lega la retribuzione alla performance (non credo di essere smentita) e che sovrappone la figura del dialogatore a quella del procacciatore d’affari e la tipologia di reclutamento e trattamento del personale, cosa che – converrai – è discriminante nel nostro settore. Altrimenti è paradosso.
Io concordo in pieno con Elena, che ringrazio per la discusssione che sto seguendo qui, su linkedin e altrove e invito tutti a seguire anche gli spunti proposti sul nostro blog http://www.blogfundraising.it.
PAttenzione però a non confondere come ha fatto qualcuno nei suoi commenti, i dialogatori con i “volontari” anche se “pseudo”. Non lo sono e no gli assomigliano in nulla, come si evince bene proprio dalla discussione! Che dici Elena, perchè non proproniamo un momento di dibattito anche al Festival su questo? O è un tale tabù? un bacione grande! Anna
L’aspetto di confusione con i volontari che sottolinei è assolutamente fondamentale. Grazie per averne parlato. La stessa distinzione va fatta anche con i fundraiser. Grazie inoltre per aver segnalato il post della scuola. L’ho fatto più sopra ma non è mai ridondante. Sono certa che avremo modo per parlarne anche a voce.
A te
Ciao Elena, innanzitutto grazie per avere rilanciato l’argomento. A mio avviso non va confusa la figura del fundraiser con quella del dialogatore. Sulla questione del compenso in percentuale al fundraiser non mi dilungo, avendo già scritto in passato. Per chi fosse interessato, segnalo sul mio blog: “Compenso in percentuale? No grazie” http://beppecacopardo.wordpress.com/2008/07/21/compenso-in-percentuale-no-grazie/
Riprendevo fra l’altro un passaggio del codice etico di ASSIF http://www.assif.it/index.php?option=com_k2&view=item&layout=item&id=923&Itemid=105
Per quanto riguarda i dialogatori face to face, le Linee Guida dell’Agenzia per il Terzo Settore, a pagina 36, dedicano un capitolo all’argomento http://www.agenziaperleonlus.it/intranet/home-page/home-page/Linee%20guida/Linee_Guida_Raccolta_Fondi.pdf
A mio avviso, la questione del rapporto contrattuale è affrontata in termini insufficienti e datati: “…I dialogatori, siano essi volontari come nella maggior parte dei casi o persone assunte con regolare e appropriato contratto di lavoro – nel rispetto delle normative vigenti -, devono avere almeno 18 anni di età. È preferibile che la selezione, la formazione e la supervisione dei dialogatori siano in capo al responsabile della raccolta fondi…” Come si vede, indirizzi e regole risultano superati dai fatti, se a venir meno sono valori e principi che dovrebbero dettare le regole di comportamento di organizzazioni che operano per il “bene comune”. Il fine NON giustifica i mezzi, mai! La coerenza dovrebbe essere la stella polare che guida ogni associazione e detta i comportamenti della dirigenza. Al di là del richiamo che ad alcuni potrebbe apparire moralistico, il punto è che il face to face è praticato prevalentemente, se non esclusivamente, da grandi organizzazioni in grado di investire notevoli risorse, potendosi permettere un ritorno sull’investimento a medio e lungo termine. Per quanto costoso, il face to face è diventato per queste realtà economicamente vantaggioso, in particolare da quando le tariffe postali sono aumentate del 500% da un giorno all’altro, limitando notevolmente le attività di direct mail.
Al di là del giusto richiamo all’etica e alla coerenza, è necessario aprire un ampio confronto sull’urgenza del sostegno al settore, in particolare nella pesante fase di crisi che il Paese sta attraversonado, allo scopo di creare condizioni per l’autofinanziamento e la sostenibilità di attività e progetti di tante associazioni. Altrimenti, che senso ha parlare di sussidiarietà. Diversamente, anche nel “mercato” del nonprofit prevarrà la legge del più forte e il rischio di cedere alla logica della “massimizzazione del profitto” che ha caratterizzato e caratterizza il peggiore forprofit, la cui attenzione alla tanto decantata responsabilità sociale di impresa risulta pressocché nulla. In ultimo, non per importanza: molti giovani guardano con fiducia al settore, facciamo tutti la nostra parte per non deluderli.
Ciao Elena,
Il tema è indubbiamente caldo…e si vede in quanto se ne parla in motli blog.
Mi inserisco nella discussione riportando le esperienze segnalatemi all’EFA, la European Fundraising Association ed un interessante articolo del Guardian:
http://www.guardian.co.uk/voluntary-sector-network/2011/sep/08/street-fundraisers-invade-personal-space
In Inghilterra hanno dato vita ad un organo di autoregolamentazione, la The Public Fundraising Regulatory Association, che ha emanato codici e regolamenti. Tale organo ha potere di controllo e di sanzione, che si traduce in pene pecuniarie per i trasgressori. Inoltre ha presentato la cd. Three Step Rule:
http://www.pfra.org.uk/professional_standards/best_practice/pfra_rule_book_for_street_f2f/three_step_rule/
con lo scopo di salvaguardare un prezioso strumento come il F2F.
Sicuramente sulla tematica potrebbe intervenire l’Associazione Italiana Fundraiser, ma prima sarebbe necessaria la volontà delle ONP di cedere una parte di “sovranità” rimettendosi ad un organo di controllo, perchè francamente di un ulteriore codice etico o di linee guida non vincolanti non se ne sente più il bisogno.
Infine per quel che riguarda le forme di contratto non posso che concordare con il fatto che una ONP che tratta tematiche legate con lo sviluppo non possa proprio trattare in questa maniera i giovani, ne va dell’identità, della vision e della mission.
Cari amici, sulla scorta di quanto dibattuto, ho buttato giù alcune righe di cui sono davvero soddisfatta, soprattutto perché nascono da un lavoro congiunto e da un contraddittorio che è risultato davvero interessante. Lo spirito dialettico è la strada che ci permette di trovare le soluzioni migliori per il nostro settore. E’ il tempo di fare nuove riflessioni perché quelle fatte finora non sono sufficienti o, per lo meno, non lo sono più. Il mercato è cambiato e occorre adattarci tenendo, però, sempre presenti quali sono i nostri princìpi e quali sono i motivi che ci hanno spinti, tutti, a scegliere di lavorare nel Terzo Settore. Mi auguro lo condividiate. Grazie intanto e buona lettura
http://elenazanella.wordpress.com/2012/01/09/questione-nonprofit-principi-valori-e-punti-fermi-per-un-terzo-settore-in-via-di-sviluppo/.
Pingback: dialogo diretto lavorare nel fundraising e nel face to face | Fundraising Km Zero
Ciao Elena, aggiungo il mio contributo alla discussione sugli schermi di Fundraising Km Zero. Spunti per un’antroplogia minima del dialogatore diretto: http://www.fundraisingkmzero.it/face-to-face-dialogo-diretto-fundraising/ Meno carico delle riflessioni già esposte, ma esce dalla pancia …qualcosa vuol dire!
Sempre molto attento Riccardo. Grazie
. I tuoi interventi da giovane professionista sono sempre molto diretti e ricchi di spunti interessanti.
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